IL CASTELLO DI MASINO

– A volte basta una curva di strada o un cambio di luce, per sentire che un luogo ti sta chiamando. Così accade quando il profilo del Castello di Masino appare all’orizzonte: come un incontro.

Un dialogo silenzioso tra storia e paesaggio, che si riconosce subito come “casa antica” del cuore.

Il Castello di Masino, documentato dal 1070 come fortificazione, è un punto di osservazione privilegiato sulla pianura che corre dalle Alpi al Po.

I conti Valperga, signori di Masino, lo trasformarono nei secoli da roccaforte a residenza aristocratica, lasciando in ogni sala un frammento delle loro ambizioni.

Nel Salone dei Savoia, gli affreschi, riemersi grazie ai restauri recenti, raccontano genealogie, alleanze e orgoglio dinastico.

Generazione dopo generazione, il Castello di Masino ha raccolto pitture, sculture, libri, arredi, documenti d’archivio, disegni: un vero patrimonio stratificato, come se ogni discendente avesse aggiunto un tassello al grande racconto di famiglia.

Dal 1988 il Castello e il suo parco sono affidati al FAI, che ne cura restauri, studi, percorsi.
Ma ciò che colpisce davvero, quando si arriva, è la sensazione di entrare in un luogo che accoglie come un giardino narrante.

Un sito storico immerso nel verde, dove la bellezza non è solo estetica, ma anche emotiva, fisica; ti prende per mano, invitandoti a restare un po’ di più.

Il parco è un racconto parallelo: viali alberati che invitano a scoprire scorci di luce e terrazze panoramiche che abbracciano l’anfiteatro morenico.

La Terrazza dei limoni è anche detta “Piazzetta” o “Corte d’onore”. Sopraelevata di circa dieci metri rispetto ai giardini, sin dalla fine del Seicento è caratterizzata dalla presenza di piante di agrumi, disposte in monumentali vasi.

In molti documenti antichi riguardanti il Castello sono menzionate le piante di agrumi, che avevano, fra l’altro, un consistente valore economico. Nel 1736, vi erano ben 146 esemplari.

La visita al Castello di Masino mi ha lasciato dentro il respiro della storia, quella preziosa sensazione che mostra un pezzo di Canavese, pronto a rinnovarsi pur restando fedele alla sua anima.

Un luogo che resta addosso, come una promessa di ritorno.
Rachele Bernardo
